> Iraq: a Mosul caccia al cristiano casa per casa - dossier
Mosul è diventata negli ultimi anni la capitale dell’orrore per molti cristiani e in questi ultimi giorni la violenza è riesplosa, con omicidi feroci e mirati a danno di famiglie intere. “E’ stato un giorno di sangue ieri” ci ha riferito un nostro collaboratore, “in una casa tutti i membri della famiglia sono stati assassinati, 5 persone. Per prima cosa gli aggressori hanno sparato da un’auto. Poi si sono fatti strada a piedi dentro l’abitazione e hanno sparato all’intera famiglia. Infine, in una sorta di monito agli altri cristiani della zona, hanno trascinato due corpi fuori dall’edificio abbandonandoli per strada”. Nessuna denominazione è risparmiata da queste nuove ondate di violenza, infatti la famiglia di un prete cattolico è stata assassinata (due fratelli e il padre). Un’altra famiglia ha cercato rifugio in casa di altri membri della comunità, ma gli estremisti islamici li hanno seguiti, uccidendoli. Due studenti sono stati rapiti e non si sa se sia stato chiesto un riscatto per il loro rilascio, mentre ad altri due è stato sparato. “I cristiani sono braccati e uccisi nelle loro stesse case. Alcuni sono stati uccisi addirittura di fronte ai check-point prima di lasciare Mosul, mentre le forze di sicurezza curde e arabe sono rimaste inermi a guardare”, ci hanno riferito il giorno stesso dell’inizio degli attacchi. Anche le Nazioni Unite oltre che la ONG Human Rights Watch danno notizia di queste uccisioni mirate da parte degli estremisti islamici a Mosul. L’Alta Commissione per i Rifugiati delle Nazioni Unite stima che tra i 250.000 e i 500.000 cristiani hanno già lasciato il paese negli ultimi anni, quindi ora si teme una nuova ondata di profughi, che peraltro sembra essere già iniziata. Le nostre stime di questi giorni ci parlano di 40/50 famiglie di cristiani (con una media di 5 componenti ciascuna) già fuggite da Mosul - che ricordiamo essere una città del nord dell’Iraq - mentre molte altre vorrebbero scappare ma non hanno un luogo dove andare e vivono nel terrore. Già nel 2008 vi era stato un vero e proprio esodo di cristiani da queste parti (circa 12.000!): la strategia del terrore e della violenza evidentemente sta funzionando, il numero di cristiani decresce rapidamente (solo a Mosul 10 anni fa si parlava di 100.000 cristiani, oggi si parla di 100/150 famiglie), la Chiesa agonizza in questa parte del mondo! I leader di differenti chiese e denominazioni si sono incontrati proprio in questi giorni drammatici per condividere le preoccupazioni, le difficoltà e le perdite, e cercare un modo per supportarsi a vicenda.
Le autorità irachene non garantiscono aiuti
Le autorità irachene non hanno il potere di arginare il deterioramento della situazione a Mosul. Ci giungono testimonianze di cristiani che dalle stesse autorità hanno ricevuto l’invito e il consiglio di andarsene. Le notizie che riceviamo parlano di fratelli e sorelle alla disperata ricerca di un modo sicuro per lasciare la città: è evidente che sono abbandonati a se stessi.
Elezioni
Il 7 marzo prossimo ci saranno le elezioni in Iraq, un momento vitale per questa nazione, una prova di democrazia non priva di preoccupanti interrogativi relativi ai brogli, alle violenze, alle esclusioni mirate di rappresentanti e formazioni politiche (non solo le epurazioni relative ai partiti ba’athisti, cioè filo-saddam). Questo paese è profondamente diviso, le minoranze - come i cristiani - anelano una qualche forma di rappresentanza in Parlamento e questo irrita gli estremisti islamici che passano al contrattacco con la tristemente consueta strategia del terrore. Queste elezioni sono al centro di molti riflettori, tutto il Medio Oriente osserva (alcuni paese, sembra, non con le mani in mano), i risultati sono importanti per il futuro di questa parte del pianeta.
Oro nero
Dopo sette anni di invasione, occupazione, e amministrazione di un Paese che non è mai stato così sovrano come veniva sostenuto, gli Stati Uniti stanno andando via, lasciando un territorio tutt’altro che stabile, dove molti errori sono stati commessi - alcuni serenamente riconosciuti - e molto lavoro c’è ancora da fare. L'Iraq è potenzialmente tra i primi tre Paesi produttori di petrolio al mondo (grazie ai suoi giacimenti nel nord). Gli anni di embargo seguiti alla guerra del 1991, l'invasione anglo-americana, il terrorismo, la guerra civile strisciante tra curdi, sciiti e sunniti hanno reso obsolete le infrastrutture petrolifere e ostacolato ogni forma di ripresa dell’attività di estrazione, ma in questi ultimi anni qualcosa si è mosso. Hanno riaperto i battenti i terminali petroliferi di Bassora e l'oleodotto per la Turchia, mentre si sta pianificando la costruzione di un altro oleodotto per la Siria. “L'estate scorsa sono stati conclusi i primi contratti con Bp, Shell e Exxon Mobil. Poi il ministro del Petrolio, Hussein al-Sharistani, annunciava ottimista in autunno di voler incrementare la produzione nel prossimo decennio dagli attuali 2,5 milioni di barili al giorno a ben 12. Un traguardo superiore di almeno il 30 per cento all' attuale estrazione saudita” scrive ne Il Corriere della Sera, Cremonesi. Non tenere in considerazione l’oro nero significa non avere un quadro realistico di quanto sta accadendo in questo paese. In mezzo a questo intreccio di interessi economici, politici e religiosi, con il fondamentalismo islamico in grado di uccidere impunemente in alcune zone del paese, i cristiani diminuiscono, assassinati o costretti alla fuga, destinando la chiesa irachena alla scomparsa.
Fonte: Porte Aperte